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August 05 BOLOGNA: VOGLIAMO LA REVISIONE DEL PROCESSO
May 10 AUGURI RAMACCA![]() 300!!! AUGURI RAMACCA Sancio Gravina Bonanno fu onorato del titolo di "Principe di Ramacca", a Madrid il 7 ottobre 1688, con l'obbligo di fondare entro breve termine un Centro abitato; ma il terremoto e la morte glielo impedirono, costringendo il figlio Ottavio, divenuto Principe il 23 aprile 1694, a richiedere la "Licentia Populandi". Nel maggio 1707 il Principe richiese la licenza per costruire, confermata con lettera del 22 aprile 1709. Il Principe, poichè correva il rischio di perdere il titolo, dovette molto presto dae mano alle opere murarie della cosrtuenda Città, dotandola di un Monastero, del Palazzo baronale, di larghe e ritte vie e di alcune piazze. Quest'anno, nei primi giorni del mese di maggio, ricorre quindi il 300° anno dalla richiesta di costituzione del nostro amato paese. May 08 "U PRUFISSURI"TRATTO DA "RAMACCA NOTIZIE" N°37 - APRILE 1991 (Archivio Biblioteca Comunale di Ramacca)
IN RICORDO DI NITTO INDOVINO
Benedetto Indovino, per tutti Nitto, nasce a Ramacca il 29 gennaio 1913 da Giuseppe e da Rosa Vitale quinto di 7 figli. Era ancora in tenera età quando la "spagnola" gli portò via il padre e l'unica sorella. La madre con notevole difficoltà riuscì a far crescere i figli e a dargli una sana educazione, sostituendo con la propria la mancante autorità del padre, insegnando l'obbedienza assoluta, tanto che anche da grandi ne hanno un reverenziale timore. Nonostante le difficoltà del tempo Nitto, mostrando un carattere ferreo, decide che vuol fare il maestro. Aiutato dall'insegnante signora Scandurra, da autodidatta sostiene molti esami che lo avvicinano al suo sogno. Ormai prossimo al diploma viene chiamato a servire la Patria ed inviato alla scuola specialisti antiaerei di Capodichino (1934). L'anno successivo è nominato aiutante di sanità ed infine viene promosso aviere scelto.
Nel 1936 viene richiamato e, destinato all'aereoporto di Augusta, congedato subito dopo.
Nell'imminenza della guerra viene richiamato e destinato in Libia in servizio presso l'aereoporto di Tobruk. Congedato nel 1940 viene richiamato nel 1942 e destinato a Palermo alla "12° compagnia di sanità". L'armistizio lo trova nei pressi di Messina, da dove rientra nei giorni successivi, camminando soprattutto di notte per paura di spezzonamenti aerei.
Tra un richiamo e l'altro ha il tempo di diplomarsi ed incominciare l'insegnamento: i primi 2 anni ad Udine, poi Raddusa ed a Franchetto. Contemporaneamente incomincia ad occuparsi di politica e, finita la guerra, si tessera nel M.S.I. (Movimento Sociale Italiano) e, nelle elezioni del 1953, venne eletto, divenendo sindaco a capo di una coalizione democratica-missina.
La guerra è passata da pochi anni e si ritrova ad amministrare un paese ridotto malissimo, con ancora visibili i guasti della guerra, con strade a fondo naturale e tantissima fame.
Nitto divenne il Sindaco di tutti: non c'era una persona che si rivolgesse a lui e tornasse a mani vuote e, quando le casse esauste del Comune non permettevano, attingeva alle risorse personali, arrivando a vendere i beni della famiglia. Divenne Sindaco da benestante e tornò Cittadino quasi povero, lasciando delle casse perfino lo stipendio di primo cittadino: la Cittadinanza, grata, lo rielesse puntualmente; ma, l'appartenenza ad un partito emarginato non gli permise di mettere in evidenza le sue doti di amministratore.
A 41 anni, nel 1954, sposa Carmela Ferro originaria di Canicattì ed appartenente ad una facoltosa famiglia. Dopo 8 anni di matrimonio la moglie muore dopo una lunghissima malattia passata in una clinica privata e lasciandolo ancora più povero negli averi e negli affetti. Nel 1963 sposa Giuseppina Zappalà e, dopo aver avuto alcune delusione politiche ed alcune situazioni stressanti nella famiglia originaria, decide di trasferirsi a Genova, dove allaccia amicizie durature, ricevendo continui attestati di stima.
Dopo un triennio torna a Ramacca, dove continua l'insegnamento intrapreso un trentennio prima. Le delusioni fanno pian piano passare la politica in secondo piano; il contatto coi ragazzi e lo studio degli autori preferiti (Monti, Carducci, Foscolo, Pascoli) colmano il vuoto.
Esegue ricerche di letteratura e si occupa di storia; ottimo oratore, difficilmente ammette repliche ai suoi argomenti e, se qualcuno lo fa arrabbiare, non esita a metterlo a posto. Tutti lo ricordano come un tipo burbero, pignolo, quasi prepotente; ma tutto questo scaturiva dalla sua timidezza che, come una molla, scattava diventando aggressività.
Non ci pensava 2 volte a dare qualche "scappellotto" ad un ragazzo disattento in classe o che fosse irrequieto o poco propenso allo studio (ricordandosi dei sacrifici affrontati per realizzare un'aspirazione).
Ma tutto questo era un atteggiamento: voleva bene ai bambini tanto che quando ne vedeva qualcuno scalzo (quando non si avevano i soldi per le scarpe) dava un biglietto per ritirarne un paio nel negozio del paese, che poi passava a pagare; o quando uscendo da scuola, si fermava a far passare la strada agli alunni, perchè aveva il terrore di qualche incidente.
E certo dovette essere assai dura quando lo collocarono a riposo (1975), dopo decenni di insegnamento e l'educazione di intere generazioni di Ramacchesi.
Era un piacere accompagnarlo nelle sue passeggiate pomeridiane: tutti lo conoscevano e tutti conosceva: un saluto, una parola gentile, una stretta di mano con l'accenno di accomiatamento, come si addice ad un gentiluomo di altri tempi.
Amava la campagna e le verdure; ma per nulla al mondo rinunciava al riposo pomeridiano, neanche durante le pasquette.
Gli ultimi anni furono assai duri, attanagliato da una malattia incurabile che, nonostante 2 operazioni, fu impossibile sconfiggere. Gli ultimi mesi furono un calvario poichè, alle sofferenze si aggiunsero le cataratte che gli tolsero il piacere di leggere.
Morì lucidamente la notte dell'11 marzo 1990.
Oggi, ad un anno dalla morte -oggi sono 17 -, cosa ci resta?
Un esempio di onestà, coerenza, senso della famiglia e moralità difficilmente riscontrabili nella nostra società.
April 18 In Memoriam4 maggio 1949:
La tragedia di Superga
La tragedia di Superga fu un incidente aereo avvenuto il 4 maggio 1949. Alle ore 17:05 di quel triste giorno il Fiat G212 con a bordo l’intera squadra del “Grande Torino” si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della basilica di Superga, appena fuori Torino. L’aereo stava riportando a casa la squadra da un’amichevole a Lisbona contro il Benfica per festeggiare l’addio al calcio del capitano della squadra lusitana Ferreira. Nell’incidente perse la vita l’intera squadra del Torino, considerata una delle più forti del mondo in quel periodo, che aveva vinto cinque scudetti consecutivi dalla stagione 1942-’43 alla stagione 1948-’49 (i campionati ‘43-’44 e ‘44-’45 non vennero disputati a causa della seconda guerra mondiale) e costituiva i 10/11 della nazionale. Insieme ai grandissimi ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali, il Grande Torino aveva contribuito con le sue imprese a dare lustro a una nazione che cercava di risollevarsi dopo i terribili anni di guerra e di occupazione tedesca. Nell’incidente perirono anche i dirigenti della squadra e gli accompagnatori, l’equipaggio e tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo; è il padre di Giorgio Tosatti) e Luigi Cavallero (La Stampa). A identificare le salme dei periti venne chiamato tra gli altri l’ex commissario tecnico Vittorio Pozzo, che conosceva molto bene i calciatori del Torino. Lo spezzino Sauro Tomà infortunato al menisco, non prese parte alla trasferta portoghese scampando miracolosamente all’incidente. L’impatto che la tragedia ebbe in Italia fu fortissimo. Il Torino fu proclamato vincitore del campionato e gli avversari di turno schierarono nelle restanti partite contro la squadra piemontese le formazioni giovanili. Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l’ultimo saluto ai campioni. Lo shock fu tale che l’anno seguente la nazionale si recò ai Mondiali in Brasile viaggiando in nave. ------Bologna - Cofferati : "E’ doveroso intitolare una strada a Ramelli"
TRATTO DA LADESTRA.INFO
Di Luca Telese Forse Sergio Ramelli fa «ancora paura», come il titolo di un libro sulla sua storia, di certo fa ancora discutere, ed esplodere la polemica politica, a più di un quarto di secolo dal suo omicidio. Ieri a Bologna, sulla proposta di intitolare una via al giovane militante del Fronte della gioventù sprangato a morte nell’aprile del 1975, e morto dopo un terribile coma, si è spaccata la giunta di Sergio Cofferati (e in parte anche l’opposizione).Tutto nasce dalla proposta di un giovane consigliere di An - Galeazzo Bignami - che chiede l’intitolazione di una strada «a una delle vittime simbolicamente più importanti degli anni di piombo». Prima ancora che si apra l’iter, in commissione, a sorpresa, il sindaco sposa l’iniziativa con una dichiarazione pubblica nettissima: «Per il delitto Ramelli si è trattato - commenta Cofferati, che la Milano di quegli anni la conosce bene per esserci cresciuto - di un atto gravissimo di violenza politica: rimuovere non serve a nessuno. La richiesta avanzata, che andrà in commissione, deve seguire il suo iter. Io, personalmente, sono favorevole. Quello di Ramelli - osserva il sindaco del centrosinistra - non è l’unico caso di violenza politica di quegli anni e quindi sarà opportuno tornare a ricordare quelli che ne sono stati colpiti». Frasi che sembrano ispirate da un intento pacificatorio e civile, contro cui però insorgono i consiglieri di Rifondazione, e anche la sinistra della Quercia. Fra i più risoluti si distingue Libero Mancuso, assessore della giunta (ma anche ex pm del processo sulla Strage di Bologna) che attacca: «Non è un gesto opportuno, non c’è stato nessun dibattito in città, la storia di Ramelli non ha afferenze con Bologna. Io non sono d’accordo: sono tanti coloro che sono morti in quel periodo bisognerebbe prima ricordarli tutti». Non conta evidentemente che il giovane militante fu ucciso senza che si fosse macchiato di nessuna colpa, con un delitto su committenza, da un commando del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia. Nè che il suo sia uno dei pochi delitti degli anni di piombo per cui non esistono dubbi giuridici (i colpevoli, rei confessi, sono stati condannati con un processo iniziato nel 1987!).
------ VIRGILIO & STEFANO: PRESENTI!!!
Stefano e Virgilio Mattei (22 e 8 anni - M.S.I. - Roma 16.04.73)
Bruciati vivi nell’incendio del loro appartento nel quartiere Primavalle, provocato da tre militanti di “Potere Operaio”.
La notte tra il 15 e 16 aprile ’73, nella casa popolare dove abitava Mario Mattei, il netturbino che osava fare il segretario del MSI della sezione Giarabub di Primavalle a Roma, quartiere che doveva essere e restare rosso, quando divampò un incendio, appiccato da una tanica di benzina riversata sotto l’uscio. Mario Mattei con la moglie e quattro figli riuscirono a scamparla,VIRGILIO e STEFANO no. (Virgilio e Stefano, 22 e 8 anni, il più grande e il più piccolo dei sei figli). I pompieri li trovarono carbonizzati e abbracciati vicino la finestra che non erano riusciti a scavalcare. Vennero accusati per la strage tre militanti di Potere Operaio: M. C., A. L. e M. G.; nel giudizio di primo grado i tre vennero assolti per mancanza di prove… mentre il pm Domenico Sica aveva chiesto come pena l’ergastolo! La polizia lavorò subito sull’ipotesi dell’autodistruzione, in quanto le vittime possono solo essere di sinistra e i carnefici solo fascisti. L’ipotesi è la seguente: o quei missini scalmanati stavano preparando una bomba o avevano preso fuoco le vernici e solventi da imbianchino che il capo famiglia teneva nella camera dove dormivano STEFANO e VIRGILIO. I vendicatori del popolo erano dei signorini che avevano studiato greco al liceo classico, il loro nemico di classe un monnezzaro che aveva fatto solo la scuola dell’obbligo! Il 6 Settembre 1975, i tre imputati per la stage di Primavalle, vengono ignobilmente assolti. In un altro processo (20 dopo), verranno riconosciuti colpevoli, ma in carcere finì solo A. L., gli altri due scapparono in Svizzera, dove dicono che tuttora facciano i latitanti di lusso e nessuno li cerca. Ma tanto, “uccidere un fascista non è reato”, e sui giornali si leggevano gli inviti a “chiudere le sedi dei fasci con il fuoco……” Elemento curioso, indice di quanto sia difficile ancora oggi parlare di certi argomenti, è che in rete sui fratelli Mattei in RETE esistono solo dei fantasiosi racconti che “informano” come in realtà il loro martirio sia stato provocato dai soliti fascisti… veramente dopo 25 anni pensavamo che un filo di onestà intellettuale ci fosse, purtroppo ci siamo sbagliati. TRATTO DA: ladestra.info-----
SCRITTE BR DAVANTI SEDE ASSOCIAZIONE FRATELLI MATTEI A ROMA
ROMA - Scritte dei brigatisti, con la tradizionale stella a cinque punte, sono state scoperte nella mattina di venerdì 20 aprile sulle saracinesche della nuova sede dell'Associazione Fratelli Mattei, a Roma, in via Fabio Conforto 11 e 13. Si tratta della nuova sede, inaugurata il 16 aprile scorso dal sindaco Veltroni. Al numero civico 11 è comparsa la scritta "Cecchini attento ancora fischia il vento", al civico 13, invece, la scritta "Brigata Tanas" con la stella a cinque punte. I fratelli Mattei, simpatizzanti di destra, rimasero vittime del rogo di Primavalle, a Roma 34 anni fa.
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PENSIERI IN TEMPESTA
E' BELLO ANCHE MORIRE PER LE PROPRIE IDEE... CHI HA IL CORAGGIO DI SOSTENERE I PROPRI VALORI MUORE UNA SOLA VOLTA, CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO. -- PAOLO BORSELLINO --
March 13 A 27 anni dal suo sacrificio: Angelo Vive!A 27 anni dal suo sacrificio:
ANGELO VIVE!
![]() ANGELO MANCIA
Durante tutti gli anni Settanta non c’è stato praticamente alcun luogo di raduno della destra che sia stato risparmiato: centinaia di sedi e sezioni di partito, del Fronte, del Fuan, della Cisnal, ma anche circoli o associazioni non comuniste sono state devastate o attaccate. Un discorso a parte merita l’attacco alla stampa di destra. La redazione del “Candido”, in via Bellarmino a Milano, fu fatta saltare in aria nel 1972 e poi, trasferita in via De Santis, fu devastata e bruciata nel 1978. Assalti e devastazioni subirono anche la sede del “Borghese” a Milano e de “lo Specchio” a Roma. Naturalmente anche il “Secolo d’Italia”, quotidiano del MSI, dalla sua vecchia e malconcia sede di via Milano, a Roma, aveva assistito a decine di assalti, come pure la tipografia di via del Boschetto, fatta saltare in aria il 7 marzo 1980 ferendo in maniera grave alcuni tipografi. Non ci “scappa il morto”, però, e così i rossi, cinque giorni dopo, tornano alla loro tattica preferita: quella dell’agguato alle spalle sotto casa. La mattina del 12 marzo, in via Federico Tozzi, due killer in camice bianco sparano due colpi di pistola alla schiena e poi il colpo di grazia alla nuca di Angelo Mancia, dipendente del “Secolo d’Italia”, oltre che segretario della sezione del quartiere Talenti. February 27 SALUTOPRESENTE! 28 Febbraio 1975 - 28 Febbraio 2007 MIKIS MANTAKAS Martire Europeo
NOBIS LEGGI ANCHE: http://www.ladestra.info/?p=6112#more-6112 http://it.novopress.info/?p=6861#more-6861 February 26 Notizie dall'altra sponda
Da Noreporter - La strage di Bologna è una tragedia su cui bisogna fare piena luce!!! Leggendo gli atti sorgono molti dubbi sulla colpevolezza di Luigi Ciavardini, se ci sono dubbi può esserci una condanna??? Come fa un giudizio ad individuare gli esecutori senza indicare i mandanti?? Nella speranza che venga fatta veramente piena luce su quella e sulle altre vicende buie della nostra storia, esprimo la mia solidarietà alle vittime innocenti di quella strage, perché secondo me aspettano ancora giustizia ed esprimo la mia Solidarietà personale per Luigi Ciavardini, da cui sono lontanissimo politicamente, ma che più che un esecutore sembra essere sempre di più un capro espiatorio ideale.
P.S. = Da parte nostra possiamo solo aggiungere che in un momento così delicato della vita personale e giudiziaria di Luigi
Ciavardini, nonchè della nostra "area", invitiamo tutti coloro che credono, ancora, nella
verità e nella giustizia ad attendere insieme il verdetto della Corte
di Cassazione il giorno Mercoledì 14 Marzo a Roma. Orario e luogo
verranno comunicati al più presto. -------
MANIFESTO NEGAZIONISTA: VERGOGNA!
COME PROMESSO AZIONE GIOVANI COPRE I VERGOGNOSI MANIFESTI DEL PRC CHE NEGANO E GIUSTIFICANO LA TRAGEDIA DELLE FOIBE
Sono stati coperti i vergognosi manifesti a firma “Rifondazione Comunista Roma - Progetto Memoria”, che negano la tragedia delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, con delle strisce con scritto “Manifesto negazionista, Vergogna!”.
“Dopo aver scritto a Napolitano, Bertinotti e Veltroni per chiedere un intervento immediato delle Istituzioni contro i manifesti negazionisti di Rifondazione comunista di Roma, siamo passati all’azione. Lasciare quei manifesti in giro per Roma era un vero e proprio insulto alla memoria e una gravissima offesa ai familiari delle vittime del massacro delle Foibe. Si sta creando un clima preoccupante con la sinistra di governo: prima i manifesti di questo fantomatico “progetto memoria”, che evidentemente fa ancora fatica ad ammettere gli eccidi dei partigiani comunisti di Tito e il silenzio durato cinquant’anni delle Istituzioni italiane, e poi il convegno istituzionale della Provincia che apre le porte a teorie negazioniste.
Dopo aver dimenticato per troppo tempo, l’Italia è riuscita a ricostruire una memoria condivisa su quanto successo al nostro confine orientale. Ora bisogna fermare quest’opera di negazionismo della sinistra estrema e proprio per questo speriamo che le parti più moderate del centrosinistra prendano le distanze, condannandone le tesi aberranti. Infine, ci aspettiamo una parola di chiarezza da tutte le Istituzioni: è arrivato il momento che Veltroni, Gasbarra e lo stesso Prodi sconfessino i loro alleati”,
hanno dichiarato in una nota congiunta il capodelegazione di An al Parlamento europeo, Roberta Angelilli, il senatore di An, Marcello De Angelis, e il presidente di Azione Giovani Roma, Federico Iadicicco. DOPO ANNI FINALMENTE E’ STATA RICONOSCIUTA UNA TRISTE PAGINA DELLA NOSTRA STORIA PER TROPPO TEMPO COLPEVOLMENTE DIMENTICATA.
NON VOGLIAMO CHE GLI STESSI CHE LA NASCOSERO PER TUTTI QUESTI ANNI LA GETTINO DI NUOVO NELL’OBLIO DEL SILENZIO! February 08 PAOLO VIVE!Nel nome di PAOLO DI NELLA...AIUTACI A COSTITUIRE LE COMUNITA' GIOVANILI ! ! !
Dedicato a PAOLO
"Noi purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie" PAOLO DI NELLA 9 FEBBRAIO 1983, Paolo di Nella muore con il cranio fratturato Oltre il silenzio... per non dimenticare L'aggressione... Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona. Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne. LA GRANDEZZA NON E' MAI VANA. PAOLO VIVE! ...nella militanza quotidiana di ognuno di noi! January 30 Bloody SundayAZIONE GIOVANI RICORDA L’ANNIVERSARIO DEL “BLOODY SUNDAY”
Martedì 30 Gennaio 2007 ricorre il trentacinquesimo anniversario del “Bloody Sunday”. Il 30 gennaio 1972 un plotone di paracadutisti inglesi spara sulla folla di manifestanti a Derry, in Irlanda del Nord: sono 13 i morti nella domenica di sangue. La manifestazione fu indetta per protestare contro la sostanziale mancanza di diritti civili, causata anche da gravissime norme di polizia, come la reclusione preventiva senza termini temporali per il processo. La vita civile dell’Irlanda del Nord era quotidianamente sconvolta dagli scontri di piazza che opponevano i militanti unionisti a quelli repubblicani, e questi ultimi ai reparti antisommossa dell’esercito britannico occupante e della polizia. Per ulteriori informazioni: 3394291175 - 3479424909 LA SUA ANIMA ATTENDE UN EQUO GIUDIZIO
Sara’ uno dei difetti dovuti al mio caratteraccio, che a volte mi procura incomprensioni nei confronti di altre persone, ma e’ innato in me un acuto senso della giustizia difetto ereditato, di certo, da mio padre, senso della giustizia rivolto, ovviamente non solo verso il “giusto”, ma anche nei confronti del malvagio: perche’ sia l’uno che l’altro, hanno il diritto di essere giudicati, in caso di accuse e, solo dopo, essere ammessi o alla gloria del mondo o alla gogna. Pochi giorni prima di essere ucciso Benito Mussolini era in trattative per un passaggio di poteri il meno possible traumatico e senza spargimento di sangue. Tra le persone da lui prescelte a questo scopo c’era Carlo Silvestri, un socialista suo estimatore e amico; ed a Silvestri lascio’ questo suo ultimo desiderio: . Ho ricevuto da un caro amico una e-mail con la quale mi informa che in televisione l’ex Ministro Martino si e’ scagliato contro . Sono cifre che indicano chiaramente che gli italiani non credono nella verita’ cosi’ come e’ stata raccontata sino ad oggi. Infatti se l’83% degli italiani si sono dichiarati a favore di un processo (contro un misero 8%, accompagnato poi da una giustificazione banale), questo significa che essi vogliono sapere “chi era Benito Mussolini”. Se e’ vero che la “democrazia”e’ la volonta’ (sovrana) della maggioranza, quel che c’e’ da fare e’ talmente palese che sarebbe superfluo un ulteriore commento. Ho ripetutamente scritto che per “motivi tecnici” (l’”imputato” e’ deceduto) un processo in tribunale e’ impossibile. Pero’ lo si puo’ intentare per via mediatica: si costituisca un Collegio d’accusa, uno di difesa e si nomini un giudice; un giudice al di sopra di ogni sospetto, uno che abbia una buona esperienza di come condurre un processo di questa specie. Pur non essendo l’aula adatta, si dovrebbe seguire rigorosamente i normali procedimenti processuali, con eventuale inserimento di filmati. Lo svolgimento potrebbe avvenire su questi specifici capi d’accusa: 1) Mussolini: olio di ricino e manganello; 2) Mussolini e la Marcia su Roma; 3) Mussolini e il delitto Matteotti; 4) Mussolini e le leggi razziali; 5) le guerre di Mussolini; 6) Mussolini e la Rsi. Come si vede gli argomenti sono numerosi e circostanziati e potrebbero suscitare, oltretutto, un notevole interesse mediatico. January 17 IL SUO NOME ERA JANDA NOVOPRESS.INFO
Jan Palach si appiccò il fuoco, dopo essersi cosparso di benzina, il 16 gennaio 1969, in piazza San Venceslao a Praga. Da quel giorno Jan Palach è diventato il simbolo della “Rivoluzione di Praga” soffocata dai carri armati dell’allora Unione Sovietica. Nel pomeriggio ormai tardo la luce si smorzava già, col freddo invernale, sulle mura gotiche del castello di Hradcany e su quelle barocche del quartiere di Mala Strana. Praga viveva il quinto mese d’occupazione sovietica (di “aiuto fraterno” secondo la versione ufficiale del regime comunista), e il numero degli esuli cresceva insieme alla rassegnazione. C’era poco da aspettarsi da un “paese di deboli”, dalla patria del Buon Soldato Svejk, che usa la simulazione dell’idiozia come forma di resistenza. La furbizia genialmente cretina di Svejk poteva anche essere “epica” sul piano letterario, non lo era in quella realtà umiliante. C’era una forte differenza tra la burocratica Cacania austro-ungarica, contro la quale armeggia con le sue astuzie il buffo, pacifico eroe ceco sulle pagine del romanzo di Hasek, e l’Unione Sovietica intervenuta con i carri armati per cancellare la Primavera di Praga, estremo e vano tentativo di democratizzare il socialismo reale. Il gesto dello studente in quel giovedì di trent’anni fa fu l’esatto opposto dello stile di Svejk: fu lineare, diretto, senza furbizie. Fu un’azione coraggiosa. Certo la giovinezza di chi lo compì suscitò rimpianto. Il gesto di Jan Palach era contro questa situazione stagnante e affliggente. Non era un suicidio per disperazione, non era una resa definitiva, portata alle estreme conseguenze: era un’azione offensiva. Insomma era il gesto di un soldato che si sacrifica per gli altri, esortandoli a combattere. La lettera che Jan Palach temeva bruciasse con i suoi abiti e la sua carne, fu letta subito dopo la sua morte. Era, insieme ai documenti, nel sacco che Jan aveva lasciato cadere qualche metro più in là, prima di accendere il fiammifero. Era scritta su un quaderno a righe da scolaro: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. December 15 In Iran Convegno negazionista sull'Olocausto. Cosa ne pensi? LASCIACI IL TUO COMMENTO A QUESTA NOTIZIA!
TRATTO DA NOVOPRESS: Inizia il convegno di Teheran sull’Olocausto. E' uno scandalo che va fermato ad ogni costo? Oppure sei d'accordo? O è comunque giusto avviare un confronto su certi temi in modo da poter giungere ad una storia condivisa da tutti? A te la parola..! Il revisionismo storico sulla Shoah (che ancora non si chiamava così) era nato a sinistra, ad opera di un partigiano francese, Paul Rassinier, medaglia d’oro della Resistenza, internato a Buchenwald, che opponendosi alle tesi del processo Eichmann fornì una testimonianza storica sconvolgete. La ricerca storica proseguì in Francia in ambienti di estrema sinistra, in buona parte ebraici; fino a quando un professore universitario, Robert Faurisson, non le riprese per il mondo accademico e mal gliene incolse. Quando Faurisson, che poi sarebbe stato oggetto di ogni genere di persecuzioni, sposò la tesi “negazionista” era politicamente di centro. Solo le lunghe peripezie subite lo avrebbero spinto, più in là all’estrema destra...! (CONTINUA SU http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=7757) ALTRI ARTICOLI UTILI:Gli ebrei ortodossi sull’olocausto durante la confernza di Teheran, 11-12 su http://www.ladestra.info/?p=3259#more-3259 per info su tesi alternative sull'Olocausto visita il sito http://www.komunismo.clara.co.uk/ |
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