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    August 05

    BOLOGNA: VOGLIAMO LA REVISIONE DEL PROCESSO

    “La strage di Bologna è senza dubbio uno dei capitoli più dolorosi della storia italiana”, questo il commento di Giorgia Meloni, Vicepresidente della Camera dei Deputati e promotrice di un’interpellanza urgente presentata da Alleanza nazionale e sottoscritta, tra glia altri, da Gianfranco Fini, Ignazio La Russa e Stefania Craxi, nella quale si richiedono al Governo notizie circa la vicenda di Massimo Sparti, principale accusatore nel processo sulla strage, sulla base delle nuove rivelazioni degli ultimi mesi, oggetto anche di importanti inchieste giornalistiche.
    “Quanto emerso di fatto mette in discussione le sentenze di colpevolezza sancite dalla Corte Suprema di Cassazione. Far luce su quello che ancora oggi, dall’opinione pubblica, è classificato come un mistero irrisolto significherebbe onorare la memoria di quelle 85 vittime innocenti, che hanno perso la vita quel tragico 2 agosto del 1980, e consentire a tutte le famiglie coinvolte di conoscere la verità. Proprio per questo chiediamo al presidente del Consiglio Prodi, che oggi da Bologna ha giustamente chiesto verità e non vendetta, di sostenere la revisione del processo”.

    May 10

    AUGURI RAMACCA

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    300!!! AUGURI RAMACCA
    Sancio Gravina Bonanno fu onorato del titolo di "Principe di Ramacca", a Madrid il 7 ottobre 1688, con l'obbligo di fondare entro breve termine un Centro abitato; ma il terremoto e la morte glielo impedirono, costringendo il figlio Ottavio, divenuto Principe il 23 aprile 1694, a richiedere la "Licentia Populandi".
    Nel maggio 1707 il Principe richiese la licenza per costruire, confermata con lettera del 22 aprile 1709.
    Il Principe, poichè correva il rischio di perdere il titolo, dovette molto presto dae mano alle opere murarie della cosrtuenda Città, dotandola di un Monastero, del Palazzo baronale, di larghe e ritte vie e di alcune piazze.
    Quest'anno, nei primi giorni del mese di maggio, ricorre quindi il 300° anno dalla richiesta di costituzione del nostro amato paese.
    May 08

    "U PRUFISSURI"

    TRATTO DA "RAMACCA NOTIZIE" N°37 - APRILE 1991 (Archivio Biblioteca Comunale di Ramacca)
     
    IN RICORDO DI NITTO INDOVINO
     
    Ci sono personaggi che, per il loro modo di vivere esemplare, entrano di prepotenza nella memoria collettiva che diviene mitologia. A Ramacca non ce ne sono stati molti di personaggi di questa levatura: Giacomo Santagati, Nino Sapuppo e "u prufissuri Indovino".
    Benedetto Indovino, per tutti Nitto, nasce a Ramacca il 29 gennaio 1913 da Giuseppe e da Rosa Vitale quinto di 7 figli. Era ancora in tenera età quando la "spagnola" gli portò via il padre e l'unica sorella. La madre con notevole difficoltà riuscì a far crescere i figli e a dargli una sana educazione, sostituendo con la propria la mancante autorità del padre, insegnando l'obbedienza assoluta, tanto che anche da grandi ne hanno un reverenziale timore. Nonostante le difficoltà del tempo Nitto, mostrando un carattere ferreo, decide che vuol fare il maestro. Aiutato dall'insegnante signora Scandurra, da autodidatta sostiene molti esami che lo avvicinano al suo sogno. Ormai prossimo al diploma viene chiamato a servire la Patria ed inviato alla scuola specialisti antiaerei di Capodichino (1934). L'anno successivo è nominato aiutante di sanità ed infine viene promosso aviere scelto.
    Nel 1936 viene richiamato e, destinato all'aereoporto di Augusta, congedato subito dopo.
    Nell'imminenza della guerra viene richiamato e destinato in Libia in servizio presso l'aereoporto di Tobruk. Congedato nel 1940 viene richiamato nel 1942 e destinato a Palermo alla "12° compagnia di sanità". L'armistizio lo trova nei pressi di Messina, da dove rientra nei giorni successivi, camminando soprattutto di notte per paura di spezzonamenti aerei.
    Tra un richiamo e l'altro ha il tempo di diplomarsi ed incominciare l'insegnamento: i primi 2 anni ad Udine, poi Raddusa ed a Franchetto. Contemporaneamente incomincia ad occuparsi di politica e, finita la guerra, si tessera nel M.S.I. (Movimento Sociale Italiano) e, nelle elezioni del 1953, venne eletto, divenendo sindaco a capo di una coalizione democratica-missina.
    La guerra è passata da pochi anni e si ritrova ad amministrare un paese ridotto malissimo, con ancora visibili i guasti della guerra, con strade a fondo naturale e tantissima fame.
    Nitto divenne il Sindaco di tutti: non c'era una persona che si rivolgesse a lui e tornasse a mani vuote e, quando le casse esauste del Comune non permettevano, attingeva alle risorse personali, arrivando a vendere i beni della famiglia. Divenne Sindaco da benestante e tornò Cittadino quasi povero, lasciando delle casse perfino lo stipendio di primo cittadino: la Cittadinanza, grata, lo rielesse puntualmente; ma, l'appartenenza ad un partito emarginato non gli permise di mettere in evidenza le sue doti di amministratore.
    A 41 anni, nel 1954, sposa Carmela Ferro originaria di Canicattì ed appartenente ad una facoltosa famiglia. Dopo 8 anni di matrimonio la moglie muore dopo una lunghissima malattia passata in una clinica privata e lasciandolo ancora più povero negli averi e negli affetti. Nel 1963 sposa Giuseppina Zappalà e, dopo aver avuto alcune delusione politiche ed alcune situazioni stressanti nella famiglia originaria, decide di trasferirsi a Genova, dove allaccia amicizie durature, ricevendo continui attestati di stima.
    Dopo un triennio torna a Ramacca, dove continua l'insegnamento intrapreso un trentennio prima. Le delusioni fanno pian piano passare la politica in secondo piano; il contatto coi ragazzi e lo studio degli autori preferiti (Monti, Carducci, Foscolo, Pascoli) colmano il vuoto.
    Esegue ricerche di letteratura e si occupa di storia; ottimo oratore, difficilmente ammette repliche ai suoi argomenti e, se qualcuno lo fa arrabbiare, non esita a metterlo a posto. Tutti lo ricordano come un tipo burbero, pignolo, quasi prepotente; ma tutto questo scaturiva dalla sua timidezza che, come una molla, scattava diventando aggressività.
    Non ci pensava 2 volte a dare qualche "scappellotto" ad un ragazzo disattento in classe o che fosse irrequieto o poco propenso allo studio (ricordandosi dei sacrifici affrontati per realizzare un'aspirazione).
    Ma tutto questo era un atteggiamento: voleva bene ai bambini tanto che quando ne vedeva qualcuno scalzo (quando non si avevano i soldi per le scarpe) dava un biglietto per ritirarne un paio nel negozio del paese, che poi passava a pagare; o quando uscendo da scuola, si fermava a far passare la strada agli alunni, perchè aveva il terrore di qualche incidente.
    E certo dovette essere assai dura quando lo collocarono a riposo (1975), dopo decenni di insegnamento e l'educazione di intere generazioni di Ramacchesi.
    Era un piacere accompagnarlo nelle sue passeggiate pomeridiane: tutti lo conoscevano e tutti conosceva: un saluto, una parola gentile, una stretta di mano con l'accenno di accomiatamento, come si addice ad un gentiluomo di altri tempi.
    Amava la campagna e le verdure; ma per nulla al mondo rinunciava al riposo pomeridiano, neanche durante le pasquette.
    Gli ultimi anni furono assai duri, attanagliato da una malattia incurabile che, nonostante 2 operazioni, fu impossibile sconfiggere. Gli ultimi mesi furono un calvario poichè, alle sofferenze si aggiunsero le cataratte che gli tolsero il piacere di leggere.
    Morì lucidamente la notte dell'11 marzo 1990.
    Oggi, ad un anno dalla morte -oggi sono 17 -, cosa ci resta?
    Un esempio di onestà, coerenza, senso della famiglia e moralità difficilmente riscontrabili nella nostra società.

    April 22

    Storie di genocidi e di false guerre di "liberazione"

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    X MAGGIORI INFO: www.comunitaarmena.it
     
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    PRESENTI:

    April 18

    In Memoriam

    4 maggio 1949:

    La tragedia di Superga

    La tragedia di Superga fu un incidente aereo avvenuto il 4 maggio 1949. Alle ore 17:05 di quel triste giorno il Fiat G212 con a bordo l’intera squadra del “Grande Torino” si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della basilica di Superga, appena fuori Torino.

    L’aereo stava riportando a casa la squadra da un’amichevole a Lisbona contro il Benfica per festeggiare l’addio al calcio del capitano della squadra lusitana Ferreira. Nell’incidente perse la vita l’intera squadra del Torino, considerata una delle più forti del mondo in quel periodo, che aveva vinto cinque scudetti consecutivi dalla stagione 1942-’43 alla stagione 1948-’49 (i campionati ‘43-’44 e ‘44-’45 non vennero disputati a causa della seconda guerra mondiale) e costituiva i 10/11 della nazionale. Insieme ai grandissimi ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali, il Grande Torino aveva contribuito con le sue imprese a dare lustro a una nazione che cercava di risollevarsi dopo i terribili anni di guerra e di occupazione tedesca. Nell’incidente perirono anche i dirigenti della squadra e gli accompagnatori, l’equipaggio e tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo; è il padre di Giorgio Tosatti) e Luigi Cavallero (La Stampa). A identificare le salme dei periti venne chiamato tra gli altri l’ex commissario tecnico Vittorio Pozzo, che conosceva molto bene i calciatori del Torino. Lo spezzino Sauro Tomà infortunato al menisco, non prese parte alla trasferta portoghese scampando miracolosamente all’incidente.

    L’impatto che la tragedia ebbe in Italia fu fortissimo. Il Torino fu proclamato vincitore del campionato e gli avversari di turno schierarono nelle restanti partite contro la squadra piemontese le formazioni giovanili. Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l’ultimo saluto ai campioni. Lo shock fu tale che l’anno seguente la nazionale si recò ai Mondiali in Brasile viaggiando in nave.

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    Bologna - Cofferati : "E’ doveroso intitolare una strada a Ramelli"
    TRATTO DA LADESTRA.INFO
    ramelli.jpgDi Luca Telese Forse Sergio Ramelli fa «ancora paura», come il titolo di un libro sulla sua storia, di certo fa ancora discutere, ed esplodere la polemica politica, a più di un quarto di secolo dal suo omicidio. Ieri a Bologna, sulla proposta di intitolare una via al giovane militante del Fronte della gioventù sprangato a morte nell’aprile del 1975, e morto dopo un terribile coma, si è spaccata la giunta di Sergio Cofferati (e in parte anche l’opposizione).Tutto nasce dalla proposta di un giovane consigliere di An - Galeazzo Bignami - che chiede l’intitolazione di una strada «a una delle vittime simbolicamente più importanti degli anni di piombo». Prima ancora che si apra l’iter, in commissione, a sorpresa, il sindaco sposa l’iniziativa con una dichiarazione pubblica nettissima: «Per il delitto Ramelli si è trattato - commenta Cofferati, che la Milano di quegli anni la conosce bene per esserci cresciuto - di un atto gravissimo di violenza politica: rimuovere non serve a nessuno. La richiesta avanzata, che andrà in commissione, deve seguire il suo iter. Io, personalmente, sono favorevole. Quello di Ramelli - osserva il sindaco del centrosinistra - non è l’unico caso di violenza politica di quegli anni e quindi sarà opportuno tornare a ricordare quelli che ne sono stati colpiti». Frasi che sembrano ispirate da un intento pacificatorio e civile, contro cui però insorgono i consiglieri di Rifondazione, e anche la sinistra della Quercia. Fra i più risoluti si distingue Libero Mancuso, assessore della giunta (ma anche ex pm del processo sulla Strage di Bologna) che attacca: «Non è un gesto opportuno, non c’è stato nessun dibattito in città, la storia di Ramelli non ha afferenze con Bologna. Io non sono d’accordo: sono tanti coloro che sono morti in quel periodo bisognerebbe prima ricordarli tutti». Non conta evidentemente che il giovane militante fu ucciso senza che si fosse macchiato di nessuna colpa, con un delitto su committenza, da un commando del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia. Nè che il suo sia uno dei pochi delitti degli anni di piombo per cui non esistono dubbi giuridici (i colpevoli, rei confessi, sono stati condannati con un processo iniziato nel 1987!).
     

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    VIRGILIO & STEFANO: PRESENTI!!!
    Stefano e Virgilio Mattei (22 e 8 anni - M.S.I. - Roma 16.04.73) 
    Bruciati vivi nell’incendio del loro appartento nel quartiere Primavalle, provocato da tre militanti di “Potere Operaio”.
     
    mattei1.jpgLa notte tra il 15 e 16 aprile ’73, nella casa popolare dove abitava Mario Mattei, il netturbino che osava fare il segretario del MSI della sezione Giarabub di Primavalle a Roma, quartiere che doveva essere e restare rosso, quando divampò un incendio, appiccato da una tanica di benzina riversata sotto l’uscio. Mario Mattei con la moglie e quattro figli riuscirono a scamparla,VIRGILIO e STEFANO no. (Virgilio e Stefano, 22 e 8 anni, il più grande e il più piccolo dei sei figli). I pompieri li trovarono carbonizzati e abbracciati vicino la finestra che non erano riusciti a scavalcare. Vennero accusati per la strage tre militanti di Potere Operaio: M. C., A. L. e M. G.; nel giudizio di primo grado i tre vennero assolti per mancanza di prove… mentre il pm Domenico Sica aveva chiesto come pena l’ergastolo! La polizia lavorò subito sull’ipotesi dell’autodistruzione, in quanto le vittime possono solo essere di sinistra e i carnefici solo fascisti. L’ipotesi è la seguente: o quei missini scalmanati stavano preparando una bomba o avevano preso fuoco le vernici e solventi da imbianchino che il capo famiglia teneva nella camera dove dormivano STEFANO e VIRGILIO. I vendicatori del popolo erano dei signorini che avevano studiato greco al liceo classico, il loro nemico di classe un monnezzaro che aveva fatto solo la scuola dell’obbligo! Il 6 Settembre 1975, i tre imputati per la stage di Primavalle, vengono ignobilmente assolti. In un altro processo (20 dopo), verranno riconosciuti colpevoli, ma in carcere finì solo A. L., gli altri due scapparono in Svizzera, dove dicono che tuttora facciano i latitanti di lusso e nessuno li cerca. Ma tanto, “uccidere un fascista non è reato”, e sui giornali si leggevano gli inviti a “chiudere le sedi dei fasci con il fuoco……” Elemento curioso, indice di quanto sia difficile ancora oggi parlare di certi argomenti, è che in rete sui fratelli Mattei in RETE esistono solo dei fantasiosi racconti che “informano” come in realtà il loro martirio sia stato provocato dai soliti fascisti… veramente dopo 25 anni pensavamo che un filo di onestà intellettuale ci fosse, purtroppo ci siamo sbagliati. TRATTO DA: ladestra.info
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    SCRITTE BR DAVANTI SEDE ASSOCIAZIONE FRATELLI MATTEI A ROMA
    ROMA - Scritte dei brigatisti, con la tradizionale stella a cinque punte, sono state scoperte nella mattina di venerdì 20 aprile sulle saracinesche della nuova sede dell'Associazione Fratelli Mattei, a Roma, in via Fabio Conforto 11 e 13. Si tratta della nuova sede, inaugurata il 16 aprile scorso dal sindaco Veltroni. Al numero civico 11 è comparsa la scritta "Cecchini attento ancora fischia il vento", al civico 13, invece, la scritta "Brigata Tanas" con la stella a cinque punte. I fratelli Mattei, simpatizzanti di destra, rimasero vittime del rogo di Primavalle, a Roma 34 anni fa.
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    PENSIERI IN TEMPESTA
     

    E' BELLO ANCHE MORIRE PER LE PROPRIE IDEE... CHI HA IL CORAGGIO DI SOSTENERE I PROPRI VALORI MUORE UNA SOLA VOLTA, CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO.

    -- PAOLO BORSELLINO --

    April 05

    A proposito di storia occultata e della società di oggi...

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    SE QUESTO E' IL BENE...

    http://tkfiles.storage.msn.com/x1pppQPzd7N2QwjPGFcGW7-cNu2yso4bfPQVsNWxKkrfCCuOXllepOZBaeKY-yp11Aw4CxUtjdSaNxBcGdjVsF96vSDADALlUFMCmnlh_O6Feo

    ...ALLORA NOI SIAMO IL MALE!!!
    March 13

    A 27 anni dal suo sacrificio: Angelo Vive!

    A 27 anni dal suo sacrificio:
    ANGELO VIVE!
     
     
    ANGELO MANCIA

    Durante tutti gli anni Settanta non c’è stato praticamente alcun luogo di raduno della destra che sia stato risparmiato: centinaia di sedi e sezioni di partito, del Fronte, del Fuan, della Cisnal, ma anche circoli o associazioni non comuniste sono state devastate o attaccate. Un discorso a parte merita l’attacco alla stampa di destra. La redazione del “Candido”, in via Bellarmino a Milano, fu fatta saltare in aria nel 1972 e poi, trasferita in via De Santis, fu devastata e bruciata nel 1978. Assalti e devastazioni subirono anche la sede del “Borghese” a Milano e de “lo Specchio” a Roma. Naturalmente anche il “Secolo d’Italia”, quotidiano del MSI, dalla sua vecchia e malconcia sede di via Milano, a Roma, aveva assistito a decine di assalti, come pure la tipografia di via del Boschetto, fatta saltare in aria il 7 marzo 1980 ferendo in maniera grave alcuni tipografi. Non ci “scappa il morto”, però, e così i rossi, cinque giorni dopo, tornano alla loro tattica preferita: quella dell’agguato alle spalle sotto casa.

    La mattina del 12 marzo, in via Federico Tozzi, due killer in camice bianco sparano due colpi di pistola alla schiena e poi il colpo di grazia alla nuca di Angelo Mancia, dipendente del “Secolo d’Italia”, oltre che segretario della sezione del quartiere Talenti.
    L’omicidio viene rivendicato da una delle tante sigle dell’estremismo comunista: i Compagni organizzati in Volante rossa e viene giustificato come “ritorsione ” per la morte di un compagno. Gli esecutori materiali dell’omicidio rimasero però ignoti.

    February 27

    SALUTO

    PRESENTE!

    28 Febbraio 1975 - 28 Febbraio 2007

    MIKIS MANTAKAS

    Martire Europeo

    NOBIS

    LEGGI ANCHE:
    http://www.ladestra.info/?p=6112#more-6112
    http://it.novopress.info/?p=6861#more-6861

    February 26

    Notizie dall'altra sponda

    ciavardini-e-innocente.jpg

    Da Noreporter - La strage di Bologna è una tragedia su cui bisogna fare piena luce!!! Leggendo gli atti sorgono molti dubbi sulla colpevolezza di Luigi Ciavardini, se ci sono dubbi può esserci una condanna??? Come fa un giudizio ad individuare gli esecutori senza indicare i mandanti?? Nella speranza che venga fatta veramente piena luce su quella e sulle altre vicende buie della nostra storia, esprimo la mia solidarietà alle vittime innocenti di quella strage, perché secondo me aspettano ancora giustizia ed esprimo la mia Solidarietà personale per Luigi Ciavardini, da cui sono lontanissimo politicamente, ma che più che un esecutore sembra essere sempre di più un capro espiatorio ideale.


    Raffaele Morani
    segretario PRC di Faenza (RA)

    www.loradellaverita.org

    P.S. = Da parte nostra possiamo solo aggiungere che in un momento così delicato della vita personale e giudiziaria di Luigi Ciavardini, nonchè della nostra "area", invitiamo tutti coloro che credono, ancora, nella verità e nella giustizia ad attendere insieme il verdetto della Corte di Cassazione il giorno Mercoledì 14 Marzo a Roma. Orario e luogo verranno comunicati al più presto.
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    MANIFESTO NEGAZIONISTA: VERGOGNA!
    COME PROMESSO AZIONE GIOVANI COPRE I VERGOGNOSI MANIFESTI DEL PRC CHE NEGANO E GIUSTIFICANO LA TRAGEDIA DELLE FOIBE

    Sono stati coperti i vergognosi manifesti a firma “Rifondazione Comunista Roma - Progetto Memoria”, che negano la tragedia delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, con delle strisce con scritto “Manifesto negazionista, Vergogna!”.
    “Dopo aver scritto a Napolitano, Bertinotti e Veltroni per chiedere un intervento immediato delle Istituzioni contro i manifesti negazionisti di Rifondazione comunista di Roma, siamo passati all’azione. Lasciare quei manifesti in giro per Roma era un vero e proprio insulto alla memoria e una gravissima offesa ai familiari delle vittime del massacro delle Foibe. Si sta creando un clima preoccupante con la sinistra di governo: prima i manifesti di questo fantomatico “progetto memoria”, che evidentemente fa ancora fatica ad ammettere gli eccidi dei partigiani comunisti di Tito e il silenzio durato cinquant’anni delle Istituzioni italiane, e poi il convegno istituzionale della Provincia che apre le porte a teorie negazioniste.
    Dopo aver dimenticato per troppo tempo, l’Italia è riuscita a ricostruire una memoria condivisa su quanto successo al nostro confine orientale. Ora bisogna fermare quest’opera di negazionismo della sinistra estrema e proprio per questo speriamo che le parti più moderate del centrosinistra prendano le distanze, condannandone le tesi aberranti. Infine, ci aspettiamo una parola di chiarezza da tutte le Istituzioni: è arrivato il momento che Veltroni, Gasbarra e lo stesso Prodi sconfessino i loro alleati”,
    hanno dichiarato in una nota congiunta il capodelegazione di An al Parlamento europeo, Roberta Angelilli, il senatore di An, Marcello De Angelis, e il presidente di Azione Giovani Roma, Federico Iadicicco.
    DOPO ANNI FINALMENTE E’ STATA RICONOSCIUTA UNA TRISTE PAGINA DELLA NOSTRA STORIA PER TROPPO TEMPO COLPEVOLMENTE DIMENTICATA.
    NON VOGLIAMO CHE GLI STESSI CHE LA NASCOSERO PER TUTTI QUESTI ANNI LA GETTINO DI NUOVO NELL’OBLIO DEL SILENZIO!

    February 08

    PAOLO VIVE!

    Nel nome di PAOLO DI NELLA...AIUTACI A COSTITUIRE LE COMUNITA'  GIOVANILI ! ! !
      Dedicato a PAOLO

    "Noi  purtroppo non siamo ancora un'élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell'agire, quotidianamente: questa è in parte l'importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un'ottica diversa, risultano delle inezie"

    PAOLO DI NELLA


    9 FEBBRAIO 1983, Paolo di Nella muore con il cranio fratturato

    Oltre il silenzio... per non dimenticare

    L'aggressione...

       Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l'esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.
       Paolo, impegnato in prima persona nell'iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l'affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.

       Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell'autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.

    Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.

       Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.

       Verso l'1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un'ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.
     
      
    Le indagini...

        Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.
       Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell'Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell'agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all'accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel '79 per l'omicidio di Francesco Cecchin, all'ignobile storiella della "faida interna".

    L'istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

    Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto.

       La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.

       Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all'assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.

       Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell'Africano.

       Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a

    ragazzi di destra e molto somigliante all'identikit fornito dalla testimone.

       Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all'incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto '83. In un confronto all'americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell'avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.

       Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all'individuazione anche del secondo aggressore.

       Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.

       A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l'indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell'Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell'autonomia dell'Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull'omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.

     
     

    LA GRANDEZZA NON E' MAI VANA.
    LE VIRTU' CONQUISTATE NEL
    DOLORE E NEL SACRIFICIO
    SONO PIU' FORTI DELL'ODIO
    E DELLA MORTE.
    COME IL SOLE CHE SCATURISCE
    DALLE NOTTI PROFONDE PRESTO
    O TARDI RISPLENDERANNO!

    PAOLO VIVE!

    ...nella militanza quotidiana di ognuno di noi! 

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    January 30

    Bloody Sunday

    AZIONE GIOVANI RICORDA L’ANNIVERSARIO DEL “BLOODY SUNDAY”

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Martedì 30 Gennaio 2007 ricorre il trentacinquesimo anniversario del “Bloody Sunday”. Il 30 gennaio 1972 un plotone di paracadutisti inglesi spara sulla folla di manifestanti a Derry, in Irlanda del Nord: sono 13 i morti nella domenica di sangue. La manifestazione fu indetta per protestare contro la sostanziale mancanza di diritti civili, causata anche da gravissime norme di polizia, come la reclusione preventiva senza termini temporali per il processo. La vita civile dell’Irlanda del Nord era quotidianamente sconvolta dagli scontri di piazza che opponevano i militanti unionisti a quelli repubblicani, e questi ultimi ai reparti antisommossa dell’esercito britannico occupante e della polizia.
    Il Bloody Sunday non ha avuto colpevoli ufficiali, poiché fu premiata la tesi che i militari avrebbero risposto al “fuoco dei dimostranti”, ma è invece certo che questi ultimi non erano armati.
    “Ma quella domenica di sangue è diventata una giornata-simbolo: per il popolo irlandese da anni in lotta per la propria libertà, per la gioventù europea per la quale la questione irlandese è da sempre una battaglia identitaria: infatti non rappresenta solo l’affermazione di diritti civili, ma incarna l’identità negata di un popolo colonizzato nell’Europa “unita” del ventunesimo secolo; un‘Europa che non ha mai preso seriamente in considerazione la necessità di trovare una soluzione politica che sfoci nell’annessione dell’Irlanda del Nord al resto dell’Irlanda libera!”.
    Azione Giovani è da sempre dalla parte dell’autodeterminazione del popolo dell’Irlanda del Nord che ancora oggi soffre, in grande umiltà, l’occupazione dell’esercito inglese e la realtà di una identità negata, quotidianamente, nel non poter esercitare determinate professioni, portare tranquillamente i propri figli a scuola o nelle chiese, autentiche trincee di fede”.
    Dal nord al sud della nostra penisola sono decine le iniziative che AG ha in programma per ricordare al meglio il trentacinquesimo anniversario del Bloody Sunday. Banchetti, gazebi, volantinaggi, convegni, mostre fotografiche: le nostre comunità militanti si sono attivate immediatamente su tutto il territorio nazionale. La libertà del popolo irlandese è, da sempre, una nostra battaglia, e il prossimo 30 Gennaio noi saremo in piazza per ribadirlo a voce alta!”.

    Per ulteriori informazioni: 3394291175 - 3479424909

    LA SUA ANIMA ATTENDE UN EQUO GIUDIZIO

    DA NOVOPRESS.INFO
    di Filippo Giannini

    Sara’ uno dei difetti dovuti al mio caratteraccio, che a volte mi procura incomprensioni nei confronti di altre persone, ma e’ innato in me un acuto senso della giustizia difetto ereditato, di certo, da mio padre, senso della giustizia rivolto, ovviamente non solo verso il “giusto”, ma anche nei confronti del malvagio: perche’ sia l’uno che l’altro, hanno il diritto di essere giudicati, in caso di accuse e, solo dopo, essere ammessi o alla gloria del mondo o alla gogna.
    Cio’ premesso, entro nel merito.

    Pochi giorni prima di essere ucciso Benito Mussolini era in trattative per un passaggio di poteri il meno possible traumatico e senza spargimento di sangue. Tra le persone da lui prescelte a questo scopo c’era Carlo Silvestri, un socialista suo estimatore e amico; ed a Silvestri lascio’ questo suo ultimo desiderio: .
    Credo che nessuno, anche il piu’ convinto avversario di “quell’uomo”, puo’ sollevare critiche alla sua richiesta. Ogni Paese civile ha il DOVERE di garantire un “equo, serio giudizio” a chiunque chieda l’assistenza della Giustizia, se non si vuol far precipitare legge e giustizia al livello della barbarie. E “quell’uomo”, accusato di fellonia e “condannato dalla storia” – come tanti (dopo la sconfitta militare) asseriscono – non e’ stato mai sottoposto ad alcun processo. E se le accuse fossero false? Montate o, addirittura, interessate? E’ giusto tutto questo?
    E qui torna quanto ho poco sopra scritto: il mio caratteraccio mi ha imposto di insistere, ormai da anni, affinche” Benito Mussolini sia portato dinanzi ad un tribunale. L’”imputato” e’ morto, ma un atto di Giustizia, anche se tardivo, e’ doveroso.
    Scrivo queste note mentre sono lontano dall’Italia, quindi lontano dai miei documenti; ma ricordo che Mussolini stesso detto’, in previsione della sua morte, un epitaffio nel quale, accenno’ che la sua “anima avrebbe vagato in cerca di pace”. Avrebbe “vagato” per chiedere quel giudizio che mai ha ottenuto?
    C’e’ un detto – credo di origine araba – secondo il quale se di un morto si continua a parlare per decenni, e’ evidente che “quel morto e’ ancora vivo”.

    Ho ricevuto da un caro amico una e-mail con la quale mi informa che in televisione l’ex Ministro Martino si e’ scagliato contro . Sono cifre che indicano chiaramente che gli italiani non credono nella verita’ cosi’ come e’ stata raccontata sino ad oggi. Infatti se l’83% degli italiani si sono dichiarati a favore di un processo (contro un misero 8%, accompagnato poi da una giustificazione banale), questo significa che essi vogliono sapere “chi era Benito Mussolini”. Se e’ vero che la “democrazia”e’ la volonta’ (sovrana) della maggioranza, quel che c’e’ da fare e’ talmente palese che sarebbe superfluo un ulteriore commento.

    Ho ripetutamente scritto che per “motivi tecnici” (l’”imputato” e’ deceduto) un processo in tribunale e’ impossibile. Pero’ lo si puo’ intentare per via mediatica: si costituisca un Collegio d’accusa, uno di difesa e si nomini un giudice; un giudice al di sopra di ogni sospetto, uno che abbia una buona esperienza di come condurre un processo di questa specie. Pur non essendo l’aula adatta, si dovrebbe seguire rigorosamente i normali procedimenti processuali, con eventuale inserimento di filmati. Lo svolgimento potrebbe avvenire su questi specifici capi d’accusa: 1) Mussolini: olio di ricino e manganello; 2) Mussolini e la Marcia su Roma; 3) Mussolini e il delitto Matteotti; 4) Mussolini e le leggi razziali; 5) le guerre di Mussolini; 6) Mussolini e la Rsi. Come si vede gli argomenti sono numerosi e circostanziati e potrebbero suscitare, oltretutto, un notevole interesse mediatico.
    Qualche mese fa l’attuale Ministro degli esteri, Massimo D’Alema, intervistato in TV sulla morte di Mussolini, ebbe a dire che prima di essere ucciso il Duce doveva essere processato, anche perche’ (cito a memoria): Tanti fatti storici, oggi oscuri, sarebbero chiariti. E’ una delle poche volte che mi trovo d’accordo con l’eminente uomo politico.

    January 17

    IL SUO NOME ERA JAN

    DA NOVOPRESS.INFO

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Jan Palach si appiccò il fuoco, dopo essersi cosparso di benzina, il 16 gennaio 1969, in piazza San Venceslao a Praga. Da quel giorno Jan Palach è diventato il simbolo della “Rivoluzione di Praga” soffocata dai carri armati dell’allora Unione Sovietica. Nel pomeriggio ormai tardo la luce si smorzava già, col freddo invernale, sulle mura gotiche del castello di Hradcany e su quelle barocche del quartiere di Mala Strana.

    Praga viveva il quinto mese d’occupazione sovietica (di “aiuto fraterno” secondo la versione ufficiale del regime comunista), e il numero degli esuli cresceva insieme alla rassegnazione. C’era poco da aspettarsi da un “paese di deboli”, dalla patria del Buon Soldato Svejk, che usa la simulazione dell’idiozia come forma di resistenza. La furbizia genialmente cretina di Svejk poteva anche essere “epica” sul piano letterario, non lo era in quella realtà umiliante.

    C’era una forte differenza tra la burocratica Cacania austro-ungarica, contro la quale armeggia con le sue astuzie il buffo, pacifico eroe ceco sulle pagine del romanzo di Hasek, e l’Unione Sovietica intervenuta con i carri armati per cancellare la Primavera di Praga, estremo e vano tentativo di democratizzare il socialismo reale. Il gesto dello studente in quel giovedì di trent’anni fa fu l’esatto opposto dello stile di Svejk: fu lineare, diretto, senza furbizie. Fu un’azione coraggiosa. Certo la giovinezza di chi lo compì suscitò rimpianto.
    Oggi Jan Palach è l’eroe anti Svejk. Ha da tempo detronizzato la fama del buon soldato di Hasek.

    Il gesto di Jan Palach era contro questa situazione stagnante e affliggente. Non era un suicidio per disperazione, non era una resa definitiva, portata alle estreme conseguenze: era un’azione offensiva. Insomma era il gesto di un soldato che si sacrifica per gli altri, esortandoli a combattere.
    Non fu neppure una sbagliata rinuncia a quel dono di Dio che è la vita, riconobbe il Vaticano. Un suicida in certi casi non scende all’inferno.

    La lettera che Jan Palach temeva bruciasse con i suoi abiti e la sua carne, fu letta subito dopo la sua morte. Era, insieme ai documenti, nel sacco che Jan aveva lasciato cadere qualche metro più in là, prima di accendere il fiammifero. Era scritta su un quaderno a righe da scolaro: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo.

    Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche).
    Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà.” La lettera manifesto era firmata: la torcia numero uno. Le calunnie postume non intaccarono il ricordo di Jan Palach. Altri s’immolarono poi come lui, almeno sette in Cecoslovacchia, ma la censura fu più efficace e si ebbero scarse notizie.

    “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d’occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”.

    December 15

    In Iran Convegno negazionista sull'Olocausto. Cosa ne pensi? LASCIACI IL TUO COMMENTO A QUESTA NOTIZIA!


     

     

     

     

     

     

     

    TRATTO DA NOVOPRESS:

    Inizia il convegno di Teheran sull’Olocausto.

    E' uno scandalo che va fermato ad ogni costo? Oppure sei d'accordo? O è comunque giusto avviare un confronto su certi temi in modo da poter giungere ad una storia condivisa da tutti? A te la parola..!

    Il revisionismo storico sulla Shoah (che ancora non si chiamava così) era nato a sinistra, ad opera di un partigiano francese, Paul Rassinier, medaglia d’oro della Resistenza, internato a Buchenwald, che opponendosi alle tesi del processo Eichmann fornì una testimonianza storica sconvolgete.

    La ricerca storica proseguì in Francia in ambienti di estrema sinistra, in buona parte ebraici; fino a quando un professore universitario, Robert Faurisson, non le riprese per il mondo accademico e mal gliene incolse.

    Quando Faurisson, che poi sarebbe stato oggetto di ogni genere di persecuzioni, sposò la tesi “negazionista” era politicamente di centro. Solo le lunghe peripezie subite lo avrebbero spinto, più in là all’estrema destra...! (CONTINUA SU http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=7757)

    ALTRI ARTICOLI UTILI:Gli ebrei ortodossi sull’olocausto durante la confernza di Teheran, 11-12 su  http://www.ladestra.info/?p=3259#more-3259

    per info su tesi alternative sull'Olocausto visita il sito http://www.komunismo.clara.co.uk/